mercoledì 24 luglio 2019

Un modo nuovo di vedere


Una ragione precisa ci ha portato a scegliere il racconto della Trasfigurazione di Gesù come punto di riferimento di questo pe

Una ragione precisa ci ha portato a scegliere il racconto della Trasfigurazione di Gesù come punto di riferimento di questo percorso con gli adolescenti. Al termine di quelle poche ore trascorse con Gesù sulla montagna, Pietro, Giacomo e Giovanni non sono più gli stessi di prima; dentro di loro è cambiato qualcosa di decisivo è cambiato dentro di loro: ciò che hanno visto, ascoltato e sperimentato quel giorno ha innescato in loro una catena di trasformazioni che non si fermerà più. Non si tratta di un cambiamento magico, istantaneo e indipendente da chi lo vive; appena ripreso il cammino, i discepoli si troveranno infatti ad affrontare le stesse fatiche di prima, e la stessa difficoltà a comprendere. Quell’esperienza non ha cambiato le cose: ha cambiato il loro sguardo sulle cose; ma quando cambia lo sguardo, cambia tutto.

Abbiamo scelto questo brano biblico perché ci affascina il mistero di questi scatti di crescita che diventano dei trampolini interiori per la vita. Vogliamo capire cosa li provoca; vogliamo risalire dagli effetti che si vedono alla scintilla che li ha innescati. Sappiamo che questa scintilla è l’incontro con Gesù. Allo stesso tempo, però, non vogliamo fermarci alle parole e alle frasi: vogliamo grattare via un po’ di etichette, anche religiose se occorre, e vedere cosa c’è sotto; desideriamo vedere se ciò che è avvenuto agli apostoli può valere anche per noi, e per i ragazzi di cui ci prendiamo cura. Da persone che imparano ad essere educatori, proveremo a capire quali sono le soglie e i passaggi che conducono una persona verso quel contatto trasformante e verso il cammino di gioia che da esso si avvia. Per i ragazzi che ci sono affidati, ci piacerebbe diventare guide alpine del monte della Trasfigurazione.

Due segnali ci fanno constatare l’importanza che questo avvenimento ha avuto per i discepoli che l’hanno vissuto.

 

Il primo è questo testo della seconda lettera di Pietro: Egli infatti ricevette onore e gloria da Dio Padre, quando giunse a lui questa voce dalla maestosa gloria: «Questi è il figlio mio, l’amato, nel quale ho posto il mio compiacimento». Questa voce noi l’abbiamo udita discendere dal cielo mentre eravamo con lui sul santo monte (2Pt 1, 17-18). Diversi decenni dopo il fatto, Pietro stesso – o in ogni caso qualcuno che l’ha conosciuto bene – richiama questa esperienza come qualcosa di decisivo. Non è un ricordo sbiadito, dai contorni sfilacciati; è focalizzato, netto, definitivo: «questa voce l’abbiamo udita [...] mentre eravamo con lui sul santo monte». Ci sono esperienze così: avvengono in un dato momento della vita, ma segnano l’ingresso di qualcosa di definitivo. Esse non smetteranno più di orientare il cammino, di far gioire, di far affiorare un senso anche nelle circostanze più difficili. L’esperienza della Trasfigurazione ha lavorato dentro la mente e il cuore di Pietro a tal punto che tanti anni dopo, quando egli si trova a raccontare della sua storia con Gesù, quel momento gli viene in mente subito, nitido e attuale.

 

Il secondo indizio dell’importanza dell’esperienza della Trasfigurazione è l’annotazione con la quale si apre questo racconto: «otto giorni dopo». Fino a questo punto, Luca aveva strutturato il suo Vangelo su un ritmo di sette sabati. Ora, però, nello scorrere ciclico del calendario si apre una breccia: nella storia dell’umanità entra un anticipo di infinito. Per il Nuovo Testamento l’ottavo giorno è quello in cui Gesù viene risuscitato, è il giorno fatto dal Signore: è il giorno che travalica i limiti del già visto, per far posto non solo a una realtà nuova, ma a una realtà che non smetterà più di rinnovare tutte le cose. Pensiamo ai battisteri antichi, la cui pianta ottagonale ha la funzione di associare il Battesimo con l’ingresso nell’ottavo giorno, quello della salvezza. Occorrono anche i sette giorni precedenti, ma è unicamente attraverso l’ingresso scavato nell’ottavo lato – cioè attraverso la sua Pasqua – che Gesù ci fa entrare nella comunione con Dio, quella che non finirà mai.

 

Il richiamo all’ottavo giorno, che potrebbe passare come una annotazione cronologica, è invece fondamentale, perché caratterizza la Trasfigurazione come un anticipo della Pasqua. Ed è proprio questo collegamento Trasfigurazione-Pasqua a svelarci il contenuto specifico della novità che investe i discepoli. Fino a questo momento, essi hanno visto Gesù soprattutto come un vincente: capace di guarire, affascinante quando parla, efficace nei gesti che pone, senza timori reverenziali; la speranza che coltivavano era quella di un successo visibile e tangibile. Gesù allora prende l’iniziativa: parla esplicitamente della sua necessaria e imminente passione, lasciando i discepoli allibiti e delusi. Due annunci della Passione incorniciano il brano della Trasfigurazione (cfr. Lc 9, 22ss e 9, 44ss), rimandando quindi ad esso per cercare una risposta al dilemma che si è creato: come è possibile che un Messia debba soffrire? Non possiamo biasimare i discepoli, per i quali in quel momento era impensabile che il Gesù Messia e Figlio di Dio («Pietro rispose: “Il Cristo di Dio”» Lc 9, 20) dovesse soffrire e morire: o Gesù è il Cristo, oppure egli soffre e muore; ma le due cose, insieme, mai!

L’esperienza della Trasfigurazione è un anticipo della Pasqua, perché introduce proprio nel mistero pasquale: anche se Gesù è il Cristo, egli soffrirà. Anzi, proprio perché Gesù è il Cristo, il Signore, egli darà la vita. Un’idea di questo genere è talmente diversa dalle categorie religiose e dal buon senso dei discepoli che viene vista come assurda. Ci vorranno molto tempo e il dono dello Spirito santo perché quest'idea venga assimilata realmente. Ma intanto la miccia più importante della storia dell’umanità, per una deflagrazione di bene e di salvezza, è stata accesa. Nel racconto della Trasfigurazione abbiamo infatti un’allusione alla passione («parlavano del suo esodo», v. 31), insieme alla manifestazione della gloria di Gesù («videro la sua gloria», v. 32). Da questo momento in avanti, i discepoli percepiscono che nel destino di Gesù queste due realtà stanno misteriosamente insieme; non possono capirlo, non vogliono accettarlo, ma ciò che hanno vissuto ormai è dentro di loro.

Scoprire che la passione e la gloria sono unite significa anche che Gesù è qualcuno di assolutamente unico. Non è uno dei tanti che per un po’ hanno avuto successo, così come dopo non sarà uno degli innumerevoli sconfitti della storia; nel suo modo di donarsi riluce qualcosa che non si era mai visto prima: nella sua gloria rimangono i segni di una vulnerabilità voluta, come offerta di sé senza difese. Le apparenti contraddizioni che confondono e sconcertano i discepoli portano un messaggio inequivocabile: Gesù è unico; il solo stare con lui trasforma il modo di vedere le cose e se stessi, perché diventa lui il punto focale da cui dipende ogni altra nostra visione.

Con prudenza e senza inutili forzature, ci sembra di poter scorgere una somiglianza di dinamiche tra il cambiamento di sguardo vissuto dai discepoli durante la Trasfigurazione e il cambiamento di sguardo che si produce quando i ragazzi diventano adolescenti. Su un percorso di sviluppo finora abbastanza lineare, si inserisce una profonda trasformazione del campo percettivo. Il modo di vedere gli altri e la realtà, che durante l’infanzia era collegato a significati stabili, ora si sfrangia in tante possibilità. I significati si stratificano in più opzioni, provocate dalla capacità di «pensare il proprio pensiero», e quindi di variare le prospettive sulle cose. Le parole e le sensazioni diventano più confuse, perché ciò a cui si applicano acquista profondità, si sdoppia in esteriore e interiore, superficiale e profondo. Davanti agli occhi del ragazzo che diventa adolescente il mondo si trasforma: non anzitutto perché cambiano le cose, gli ambienti e le persone; ma perché cambia il taglio dello sguardo. Cambia il mondo, perché si trasforma la persona che lo guarda. Aumenta la profondità dell’io, e in parallelo aumenta la percezione della profondità delle cose: se nessuna di esse è definitiva, compreso l’io che scopro così sfaccettato, entrano l’inquietudine e perfino l’angoscia; ma allo stesso tempo, se nessuna di esse è il punto di arrivo, la loro stessa relatività apre una breccia nei fondali scenici dell’infanzia, spalanca dei territori, lascia presagire l’infinito. È il miscuglio affascinante e magmatico dell’adolescenza tra desiderio di infinito e percezione della finitudine, tra slancio e ripiegamento, tra sensazione di straniamento e voglia di fiducia e sicurezza. È la nascita della soggettività, la nascita dell’essere umano come essere votato alla ricerca di sé e del senso delle cose.

Le due dinamiche che accostiamo si svolgono su due piani diversi: la relazione con Gesù nella fede, e la crescita di ogni ragazzo e ragazza che diventano adolescenti. Abbiamo scelto questo brano biblico perché vogliamo investire riflessioni ed energie sulla possibilità che questa dinamica antropologica riesca ad essere il supporto dinamico della trasformazione nella fede in Gesù: sarà il nostro punto di accesso all’esperienza educativa insieme agli adolescenti.

 

 
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